Da molti anni Bill Frisell affianca al jazz l’esplorazione delle radici del folklore americano: l’ultimo album trae ispirazione delle fotografie di Mike Disfarmer

DI SERGIO PASQUANDREA

bill frisell

Heber Springs è poco più di un punto sulla carta geografica. Un paesino di poche migliaia di anime, sperduto tra boschi e fiumi, nel cuore dell’Arkansas. A due passi c’è l’Ozark Plateau, una zona montuosa che conserva molte delle più arcaiche reliquie della tradizione musicale popolare americana. Proprio qui visse Mike Disfarmer (1884-1959), strana figura di geniale misantropo, come se ne trovano solo nell’America più profonda: la sua arte è il punto di partenza per l’ultimo album di Bill Frisell.

CHI ERA (DAVVERO) MIKE DISFARMER

Si chiamava in realtà Mike Meyers, era nato in Arkansas da una famiglia di agricoltori di lontane origini tedesche, ma aveva scelto di abbandonare quella vita e, simbolicamente, si era cambiato il nome in “dis-farmer”, per sottolineare la sua volontà di non essere più un “farmer”, un contadino.

A Heber Springs, Disfarmer gestiva uno studio fotografico. Per decenni, si guadagnò da vivere scattando fotografie ai suoi concittadini, senza mai familiarizzare con nessuno. Era scontroso, taciturno, girava per il paese vestito di nero, terrorizzando i bambini.

Quando morì, il suo corpo fu trovato dopo giorni, circondato da topi e cibo in scatola. Poi venne dimenticato, finché nel 1970 un ricercatore scoprì migliaia di suoi negativi: straordinarie foto in bianco e nero, sobrie e rigorose, che raffiguravano uomini e donne di tutte le età, passati davanti al suo obiettivo e colti con un realismo e una capacità introspettiva senza uguali. Una sorta di grandioso ritratto collettivo dell’America rurale, negli anni tra la Grande Depressione e il secondo dopoguerra. Oggi Mike Disfarmer è riconosciuto come uno dei più grandi fotografi americani, e proprio a lui si è ispirato Bill Frisell per il suo ultimo disco.

Com’è nata l’idea di dedicare un disco alle fotografie di Mike Disfarmer?

L’idea è nata molti anni fa – non ricordo quanti di preciso, ma credo almeno dieci –, quando il mio amico Chuck Helm, direttore del Wexner Center for the Arts di Columbus, Ohio, mi parlò di Mike Disfarmer e mi mostrò un suo libro di fotografie. La sua intenzione era di trarne un progetto musicale, così cominciammo a parlarne, e l’idea si ripresentò più volte nel corso degli anni, prima di realizzarsi.

Qual è stata la prima reazione di fronte alle fotografie?

Ho pensato che fossero fantastiche. Più approfondivo la storia della vita di Disfarmer, inoltre, più lo trovavo interessante e complesso, adatto a fornire l’ispirazione per comporre della musica.

La sua esistenza è stata così piena di mistero. Ancora oggi la sua figura non è molto conosciuta, e durante la sua vita era completamente sconosciuto: veniva considerato un matto, un tipo bizzarro. È stato un vero miracolo che le sue fotografie siano state riscoperte, ci mancò poco che finissero nella spazzatura; così nessuno ne avrebbe mai più saputo nulla. I negativi sono stati trovati in uno scatolone, dieci anni dopo la sua morte, e quindi sviluppati: quello fu il primo libro di fotografie sue mai stampato. Solo allora la gente cominciò a rendersi conto di quanto fossero straordinarie.

Una delle caratteristiche più impressionanti di queste fotografie è il modo in cui riescono a tirare fuori, da ogni soggetto, qualcosa di assolutamente unico, indefinibile. Sembra quasi che ne svelino la personalità più nascosta.

Mike Disfarmer poneva grande attenzione a tutti gli aspetti tecnici dello scatto, dall’illuminazione alla posa; era molto preciso e scrupoloso. Poi entrava in gioco qualcosa che credo avesse a che fare con la sua personalità: Disfarmer non parlava mai alle persone che ritraeva, non diceva loro nemmeno quando stava per scattare, facendoli aspettare per tempi lunghissimi. Molti di loro sembrano un po’ nervosi, o a disagio, ma lui è riuscito a catturarli proprio nel momento in cui non cercavano di essere altro da quel che erano davvero.

Ho letto che Disfarmer sceglieva lui stesso le persone da ritrarre.

Sì, Disfarmer si metteva sulla strada principale di Heber Springs nei giorni di passeggio, ad esempio il sabato pomeriggio: la gente passava di lì per prendere un gelato o per andare al cinema; lui fermava qualcuno e gli chiedeva se voleva farsi scattare una fotografia. Molti di loro non ricordano nemmeno più di averla realizzata, perché si trattò davvero solo di un piccolo, insignificante momento nella loro vita.

So che lei ha anche visitato di persona i luoghi in cui è vissuto Mike Disfarmer.

È stato straordinario. Non volevo vedere quei luoghi solo su libro, ma anche sentirne di persona l’atmosfera. Heber Springs è una piccola città, posta in una zona piuttosto isolata: rispetto a quando Disfarmer abitava lì, non si è sviluppata molto. La comunità che vi abita è ristretta ma ci sono ancora persone fotografate da lui o che lo ricordano. Ho parlato con un paio di queste, in particolare con il direttore dell’agenzia di pompe funebri che trovò il corpo di Disfarmer: mi ha raccontato numerose storie su di lui. Abbiamo anche eseguito un concerto lì, durante il quale abbiamo proiettato le fotografie: nel pubblico c’erano persone raffigurate in quelle immagini. È stata un’esperienza bellissima.

Come vengono proiettate le fotografie, durante i concerti?

Abbiamo due schermi, ciascuno diviso in tre parti, quindi ci sono sei immagini contemporaneamente, che cambiano e si alternano.

I brani del disco sono quasi tutti molto brevi, una sorta di miniature musicali: è stata una caratteristica pensata in anticipo, o sono nati così durante la registrazione?

Non sono mai sicuro di che cosa avverrà in studio, e neanche questa volta mi era ben chiaro, all’inizio. Molti brani sono brevi, ma si presentano in relazione con altri del disco, ne riprendono le melodie o rappresentano una variazione sullo stesso materiale. Credo che li si possa considerare come delle fotografie tradotte in musica.

Mike Disfarmer

Abbiamo mirato a ricreare delle atmosfere, puntando più sul suono di gruppo che non sugli assolo, come invece normalmente accade.

Quella di usare la chitarra come una sorta di macchina generatrice di suoni è una caratteristica costante del suo approccio allo strumento.

Per me la chitarra è uno strumento con tali e tante possibilità che il solo pensarci mi fa impazzire! (ride, ndr) In genere, soprattutto negli ultimi anni, uso una Telecaster, un modello molto semplice. Io sono nato nel 1951 e credo che la prima Telecaster risalga al 1950, quindi è un po’ come se questa chitarra mi avesse accompagnato lungo tutta la mia vita. La gente crede che io usi molti effetti, in realtà non è vero: di solito si tratta solo di un pedale per la distorsione, di un delay che adopero anche per effetti di loop, per registrare e riprodurre quel che sto suonando, e di un processore per il riverbero. A volte aggiungo anche qualche altro effetto, ma se la chitarra funziona bene, mi piace usare il suo suono naturale.

Questo disco può considerarsi l’ultimo capitolo di una lunga esplorazione sulle radici folkloriche della musica americana, che lei conduce ormai da molti anni. Com’è nata questa idea?

È stato naturale, un modo per ricercare il luogo dal quale provengo. Nella mia vita ho ascoltato molta musica – jazz, rock, folk –, ma arriva un momento in cui ti devi guardare indietro, devi andare in cerca dell’origine. Credo sia proprio questo che ho tentato di fare: rafforzare le fondamenta, tornare alle basi sulle quali poi costruire il futuro.

Per un ascoltatore americano, in effetti, questa musica può evocare le radici, ma come viene recepita in altre parti del mondo, ad esempio in Europa?

Non saprei dire di preciso come gli europei reagiscono alla mia musica. Non abbiamo ancora avuto occasione di eseguire “Disfarmer” in Europa (anche se spero di poterlo fare presto), ma in genere i concerti non somigliano mai a un singolo disco. In fondo io non penso che questa musica è jazz o che quest’altra è “americana”. Suono quel che sento in quel particolare istante.

In questo disco torna anche il suo interesse per il legame tra la musica e le arti visive: penso, ad esempio, al suo progetto sui film di Buster Keaton (“Go West”, Nonesuch 1995) o a quello più recente sui quadri di Gerhard Richter (“Richter 858”, Songlines 2005).

Dischi come questi rappresentano soprattutto delle occasioni per spingermi un po’ più in là, nello scrivere la musica. Pensare alle immagini mi allontana dai territori in cui sono più a mio agio, mi fa uscire fuori dalla comfort zone. Quando compongo, mi piace far vagare la mente in libertà, e le immagini mi costringono sempre in situazioni nuove, sconosciute. Non si tratta soltanto di scrivere musica “descrittiva”, ma soprattutto di far venire fuori musica alla quale non avrei mai pensato altrimenti. Quando poi torno a comporre senza il supporto delle immagini, mi sembra di riuscire a creare qualcosa di più, rispetto a prima.

BIO IN BREVE

nome Bill Frisell

nato il 18 marzo 1951

dove Baltimora, Maryland (USA)

strumenti Chitarra

equipment Chitarra Fender Telecaster / Pedale Ibanez Tube Screamer / Line 6 Delay Modeler / Processore Lexicon Multi-Effects / 2 Amplificatori Fender Deluxe Reverb

Discografia selezionata
  • Bill Frisell, RAMBLER (ECM, 1984)
  • Bill Frisell, BEFORE WE WERE BORN (NONESUCH, 1989)
  • Bill Frisell, HAVE A LITTLE FAITH (NONESUCH, 1992)

Ultime tracce inserite nell’iPod

  • Charlie Christian, Thelonious Monk, Lester Young
  • Olivier Messiaen, Quatuor pour la fin du temps

www.billfrisell.com

Bill Frisell

Disfarmer

  • NONESUCH, 2009 (WARNER)

Bill Frisell (ch el, ch ac, loops, music boxes); Greg Leisz (steel guitars, mandolino); Jenny Scheinman (vl); Viktor Krauss (cb)

 Musica di grandi spazi, dal passo lento e cinematografico, che evoca scenari di silenzio e solitudine. È il nuovo capitolo del lungo viaggio di Bill Frisell alle radici più profonde dell’America. Stavolta l’ispirazione viene dalle fotografie di Mike Disfarmer, che negli anni Trenta e Quaranta fissò su negativo la vita di un piccolo paese dell’Arkansas. Frisell le trasforma in musica, trasfigurando il country in elegia. (SP)

Disfarmer Theme / Lonely Man / Lost Night / Farmer / Focus / Peter Miller’s Discovery / That’s Alright, Mama / Little Girl / Little Boy / No One Gets In / Lovesick Blues / I Can’t Help It (If I’m Still In Love With You) / Shutter, Dream / Exposed / The Wizard / Think / Drink / Play / I Am Not A Farmer / Small Town / Arkansas (Part 1) / Arkansas (Part 2) / Arkansas (Part 3) / Lost Again, Dark / Natural Light / Did You See Him?