Durante la sua carriera musicale, Bill Frisell non smette di sperimentare: in questa sezione presentiamo la produzione da leader del chitarrista e le numerose collaborazioni, dal jazz al pop, dal cinema ai progetti d’autore

DI LUCIANO VANNI

858 QUARTET Hank Roberts, Jenny Scheinman, Bill Frisell ed Eyvind Kang © MICHAEL WILSON
858 QUARTET Da sinistra: Hank Roberts, Jenny Scheinman, Bill Frisell ed Eyvind Kang © MICHAEL WILSON

Fantasia, trasgressione e sense of humor conducono Bill Frisell alla realizzazione di album personali. Frisell appare un demiurgo che tutto trasforma e riunisce.

Ne è un esempio, l’esordio discografico per la Elektra/Nonesuch, “Before We Were Born” (1989), dove Frisell utilizza al meglio le numerose possibilità timbriche di un ensemble allargato. In questa circostanza il chitarrista porta in studio il suo quartetto stabile – il violoncellista Hank Roberts, il bassista Kermit Driscoll e il batterista Joey Baron – per farlo dialogare con altri sei musicisti, tre sassofonisti (Julius Hemphill, Billy Drewes, Doug Wieselman), il chitarrista Arto Lindsay, il tastierista Peter Scherer e il percussionista Cyro Baptista. Le idee sono travolgenti, ricche di sketches sonori e deliri techno, che evocano alla memoria la musica di Frank Zappa e di John Zorn.

“IS THAT YOU?” E IL PERIODO ETNICO

Anche il successivo “Is That You?” (Elektra/Nonesuch, 1990) è costruito mettendo insieme musicisti zorniani, come Joey Baron e Wayne Horvitz: eccellenti le distorsioni ambientali di Frisell che suona anche basso, banjo, ukulele e clarinetto.

Se “Where In The World?” (Elektra/Nonesuch, 1991) e “This Land” (Elektra/Nonesuch, 1994) danno continuità alla produzione discografica fin qui presentata, “The Intercontinentals” (Nonesuch, 2003) segna l’ennesimo affaccio verso l’ignoto. Frisell porta in studio una formazione alquanto singolare, composta da un violinista, un suonatore di oud, due chitarristi (uno è lui, l’altro è Vinicius Cantuaria) e un percussionista africano, mettendo in scena un visionario blend etno-jazz.

La fascinazione dell’etnico e dell’acustico si stempera con “Unspeakable” (Nonesuch, 2004), un disco che guarda all’anima afro della musica americana, passando dal funky al rhythm and blues in un brulicare di effetti e manipolazioni sonore in contrasto con la sezione d’archi.

© JIMMY KATZ

LA PERFORMANCE IN SOLO

Dialogando tra sé e sé, un musicista può sperimentare suoni, fraseggi e passaggi arditi; la mancanza d’interazione con altri colleghi consente un’illimitata libertà espressiva. Frisell ha sempre praticato performance in solo, manifestando appieno la sua personalità, la sua poetica e soprattutto il suo timbro strumentale, acidulo, immateriale, liquido ed etereo.

“Ghost Town” (Nonesuch, 2000) è il secondo album che Frisell compone in solitudine, dopo l’esordio da leader “In Line” (ECM, 1983). Sono passati diciassette anni tra l’uno e l’altro. Se “In Line” brulica d’ipnotiche distorsioni su composizioni originali scritte di suo pugno, “Ghost Town” è costruito intorno a delay, loop ma anche ambientazioni acustiche come quelle gestite con il banjo. In più su un repertorio che spazia dalle song di George Gershwin (My Man’s Gone Now) al country di Hank Williams (I’m So Lonesome I Could Cry), passando per uno dei musicisti più innovativi del jazz del suo tempo, John McLaughlin (Follow Your Heart).

Al magnetico “In Line” Frisell preferisce una più melanconica e lirica testimonianza discografica, una musica più rilassata e fragile, giocando a doppiare e triplicare le sue frasi con la tecnica dell’overdubbing.

Da sinistra: Ron Carter, Paul Motian e Bill Frisell © RALPH GIBSON
Da sinistra: Ron Carter, Paul Motian e Bill Frisell © RALPH GIBSON

ALL STAR TRIO

L’approccio in trio di Bill Frisell è destabilizzante, una prova di eversione continua. Stupisce la creazione di sempre nuovi gruppi e il costante turnover tra i musicisti. In trio il chitarrista ha modo di esprimersi in lunghi assolo e di sviluppare fraseggi ora proto-rock (“Live”, Gramavision, 1995), ora eccezionalmente espressionistici e visionari (“East/West”, Nonesuch, 2005), ora costruiti su tempi sghembi, incoerenti e zoppicanti. Senza dimenticare una delle cifre stilistiche identitarie di Frisell, quella di saper essere anche “aggressivo” da un punto di vista sonoro. In “Gone, Just Like A Train” (Nonesuch, 1998) l’interpretazione di Lookout For Hope diviene un talkin’ blues di riminiscenza hendrixiana e sembra che riecheggino le note di Hey Joe.

Nelle due formazioni in trio composte di all star – l’una con Dave Holland ed Elvin Jones (quando Frisell incontra il batterista per la prima volta, si fa autografare una copia dell’album “A Love Supreme” di John Coltrane) e l’altra con Ron Carter e Paul Motian – Frisell mette in primo piano arrangiamenti che prevedono equilibrio tra melodia, suoni, ritmica e interplay.

Con Dave Holland ed Elvin Jones, poi, si esprime mettendo in mostra le sovraincisioni di due chitarre, acustica ed elettrica. Certamente spiazzante l’album “Beautiful Dreamers” (Savoy, 2010) che ospita Eyvind Kang alla viola e Rudy Royston alla batteria: Frisell si misura con sonorità rock, blues e folk, dialogando con la viola e ottenendo frequenze e impasti timbrici alquanto significativi su un groove ritmico massiccio e ipnotico.

IL POP

La prima musica che affascina e coinvolge Bill Frisell è il rock. Da adolescente ascolta i Beach Boys, Bob Dylan, i Beatles, Frank Zappa e Jimi Hendrix. Anche se nell’agosto 1969, invece di andare a Woodstock come tutti i suoi coetanei, preferisce recarsi a Central Park per ascoltare Al Kooper, membro fondatore dei Blood Sweat & Tears.

Nonostante il jazz, nelle sue più sconfinate combinazioni, sia l’ambito espressivo su cui Frisell costruisce la sua carriera, il rock rimarrà sempre il centro di gravità della sua musica. Non è un caso se dall’assimilazione del sound dei più grandi chitarristi rock, Frisell forgia il suo personalissimo timbro strumentale.

John Lennon
John Lennon

Ma il rock è anche sinonimo di splendide melodie e canzoni che hanno fatto la storia del Novecento; poterle decifrare con il linguaggio del jazz è una delle attività preferite del chitarrista. Lo dimostrano gli album “Have A Little Faith” (Elektra/Nonesuch, 1993), che ospita Just Like A Woman di Bob Dylan e Live To Tell di Madonna, e “East/West” (Nonesuch, 2005) con A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan, Tennessee Flat Top Box di Johnny Cash e I Heard It Through The Grapevine resa celebre da Marvin Gaye. E ancora “History, Mystery” (Nonesuch, 2008) con A Change Is Gonna Come di Sam Cooke.

Più di recente Bill Frisell dà alla luce il suo primo concept album dedicato alla memoria di un’icona del rock, John Lennon, con il disco “All We Are Saying…” (Savoy, 2011), riportando a nuova luce sedici composizioni del chitarrista e cantante del Fab Four.

Le collaborazioni

Il pop-rock entra nella vita di Bill Frisell anche dalla porta principale. Sono, infatti, i grandi protagonisti a convocarlo in studio: collabora con Vernon Reid, chitarrista e fondatore dei Living Colour, in “Smash & Scatteration” (Minor Music, 1986); con Marianne Faithfull, ex ninfa dei Rolling Stones, nell’album “Strange Weather” (Island, 1987). Con Elvis Costello in “The Sweetest Punch” (Decca, 1999); e con l’ex batterista dei Cream, Ginger Baker, in “Falling Off The Roof” (Wea, 1997). Nel 2003 con la cantante Rickie Lee Jones in “The Evening Of My Best Day” (V2, 2003); più recentemente con il cantautore italiano Gianmaria Testa nel disco “Da questa parte del mare” (Le chante du monde, 2006).

Buster Keaton
Buster Keaton

CINEMA E ARTE

È naturale pensare al cinema quando si ascolta la musica di Bill Frisell, così profondamente visionaria, astratta ed espressionistica. «Pensare alle immagini mi allontana dai territori in cui sono più a mio agio, mi fa uscire fuori dalla comfort zone.

Quando compongo, mi piace far vagare la mente in libertà, e le immagini mi costringono sempre in situazioni nuove, sconosciute. Non si tratta soltanto di scrivere musica “descrittiva”, ma soprattutto di far venire fuori musica alla quale non avrei mai pensato altrimenti» (da Jazzit n. 1, novembre/dicembre 2000).

Non deve quindi stupirci se una delle prime incisioni di Bill Frisell è documentata dall’album “Amarcord Nino Rota” (Hannibal, 1981), una celebrazione delle più note melodie del compositore. È ancora il cinema italiano a portare Frisell alla scrittura della sua prima colonna sonora: è sua la musica (poi confluita nell’album “Quartet”, Nonesuch 1996) del film La scuola diretto da Daniele Luchetti nel 1995.

BUSTER KEATON

Il desiderio di comporre musica per film spinge Frisell, sempre nello stesso anno, ad affrontare un progetto ancora più ambizioso, quello di organizzare un impianto sonoro attorno agli sketches cinematografici di Buster Keaton. Ne nascono due album – “The High Sign/One Week” (Elektra/Nonesuch, 1995) e “Go West” (Elektra/Nonosuch, 1995) – e un dvd – Films Of Buster Keaton. Music by Bill Frisell – che testimoniano la perfetta integrazione tra immagini e musica.

«Ogni volta che mi capita di guardare un suo film riconosco una volta di più il suo genio. Mi sarebbe davvero piaciuto incontrarlo. Se in superficie poteva sembrare farsesco e goffo, nella sua arte sono invece confluiti differenti strati emozionali: sarebbe un privilegio per me poter ottenere gli stessi effetti quando suono» (da Jazzit n. 1, novembre/ dicembre 2000).

CON WIM WENDERS

Frisell è inoltre tra i protagonisti della colonna sonora del film The Million Dollar Hotel diretto da Wim Wenders nel 2001, a fianco di Brad Mehldau (Tom Tom’s Room). La sua musica interagisce anche con l’arte contemporanea quando registra “Richter858” (Songlines, 2005), un’opera ispirata da otto quadri del pittore tedesco Gerhard Richter.

“History, Mystery” (Nonesuch, 2008) è un concept album che raccoglie partiture composte per un progetto multimediale dal titolo “Mysterio Simpatico” e per un programma radiofonico dal titolo Stories From The Heart Of The Land. Frisell gioca sul minimalismo e sulla reiterazione di alcune melodie eccezionalmente liriche, lasciando trasparire inquietudini e un profondo senso di straniamento.

Bill Frisell e Brad Mehldau
Bill Frisell e Brad Mehldau

BLUES, COUNTRY E FOLK

Bill Frisell ha trasfigurato il country in elegia, aggiornando un repertorio destinato a interpretazioni di maniera. È stato così molto abile nel riconvertire le sonorità regionali degli States, disegnando una nuova musica che combina cultura “bassa” (folk bianco e nero) e “alta” (classica e minimalista).

Nonostante abbia vissuto molti anni a New York e trascorso gran parte della sua vita in tour, il chitarrista afferma: «Nella mia vita ho ascoltato molta musica – jazz, rock, folk – ma arriva un momento in cui ti devi guardare indietro e andare in cerca dell’origine. Credo sia proprio questo che ho tentato di fare: rafforzare le fondamenta, tornare alle basi su cui costruire il futuro » (Sergio Pasquandrea, Bill Frisell. Viaggio nel cuore dell’America, Jazzit n. 56, gennaio/ febbraio 2010).

Bill Frisell presentiamo la produzione da leader del chitarrista e le collaborazioni, dal jazz al pop, dal cinema
© MICHAEL WILSON

Nascono quindi album dagli umori folk e country-blues, come “Nashville” (Nonesuch, 1997), “Good Dog, Happy Man” (Nonesuch, 1999), “Blues Dream” (Nonesuch, 2001), “The Willies” (Nonesuch, 2002) e “Sign Of Life” (Savoy, 2011), registrato con un trio d’archi (violino, viola e violoncello), un lavoro in cui sono interpretate, con raffinata visione cameristica, ballate country e blues.

FLORATONE

Floratone è il più recente progetto ideato da Bill Frisell. Sotto questo nome si nascondono i quattro protagonisti che hanno dato alla luce finora due album, “Floratone” (Blue Note, 2007) e “Floratone II” (Savoy, 2012): oltre al chitarrista, il batterista e percussionista Matt Chamberlain e i due produttori Tucker Martine e Lee Townsend.

Floratone non è un gruppo come gli altri. Si tratta, infatti, di un laboratorio di idee, che parte dalla ripresa sonora di Frisell e Chamberlain e che giunge a maturazione dopo un grosso lavoro di editing e post produzione a cura dei due produttori.

FLORATONE Bill Frisell, Lee Townsend, Tucker Martine e Matt Chamberlain
In senso orario da sinistra: Bill Frisell, Lee Townsend, Tucker Martine e Matt Chamberlain

«Siamo andati in studio e abbiamo iniziato a suonare tutto quello che ci passava per la testa. È stato così divertente, non avevamo alcun programma. Matt [Chamberlain] e io a suonare e suonare: non c’è voluto molto ad accumulare ore di musica. Poi abbiamo lasciato a Lee [Townsend] e Tucker [Martine] tutto quel materiale, e loro hanno deciso ciò che verosimilmente sarebbe stato cool.

Hanno trovato dei piccoli segmenti che funzionavano come delle canzoni complete. Non so come hanno fatto, perché non ero presente a questo processo in nessuno dei due album. Credo sia come se un regista prendesse ore di filmati e li modificasse fino a realizzare un film […]. Un processo molto diverso da quello che uso di solito, ma non ho da preoccuparmi di nulla, perché qui non ho grosse responsabilità; se invece fosse una mia registrazione, sarei in sudorazione e mi preoccuperei per ogni piccola cosa».

DISFARMER, FOTOGRAFIE RIDOTTE IN MUSICA

Il più recente “Disfarmer” (Nonesuch, 2009) è l’occasione per compiere un viaggio nel cuore dell’America ed esplorare le radici più profonde del folklore musicale statunitense. Il disco nasce come un omaggio a Mike Disfarmer (1884-1959), oggi considerato come uno dei più grandi fotografi americani.

«Strana figura di geniale misantropo, come se ne trovano solo nell’America più profonda. Si chiamava in realtà Mike Meyers, era nato in Arkansas da una famiglia di agricoltori di lontane origini tedesche, ma aveva scelto di abbandonare quella vita e, simbolicamente, si era cambiato il nome in “dis-farmer”, per sottolineare la sua volontà di non essere più un “farmer”, un contadino.

A Heber Springs, Disfarmer gestiva uno studio fotografico. Per decenni si guadagnò da vivere scattando fotografie ai suoi concittadini, senza mai familiarizzare con nessuno. Era scontroso, taciturno, girava per il paese vestito di nero, terrorizzando i bambini. Quando morì, il suo corpo fu trovato dopo giorni, circondato da topi e cibo in scatola.

Poi venne dimenticato, finché nel 1970 un ricercatore scoprì migliaia di suoi negativi: straordinarie foto in bianco e nero, sobrie e rigorose, che raffiguravano uomini e donne di tutte le età, passati davanti al suo obiettivo e colti con un realismo e una capacità introspettiva senza uguali. Una sorta di grandioso ritratto collettivo dell’America rurale, negli anni tra la Grande Depressione e il secondo dopoguerra » (Sergio Pasquandrea, Bill Frisell. Viaggio nel cuore dell’America, Jazzit n. 56, gennaio/febbraio 2010).

I RITRATTI DI MIKE DISFARMER Queste immagini in bianco e nero, scattate negli anni Trenta e Quaranta, ritraggono gli abitanti di Heber Springs, un piccolo centro rurale nello Stato dell’Arkansas. A Mike Disfarmer (sconosciuto in vita, oggi un maestro) è dedicato il progetto musicale di Bill Frisell pubblicato nel 2009 dalla Nonesuch e intitolato, per l’appunto, “Disfarmer”