Negli ultimi anni la figura del critico musicale si è evoluta. Oggi fare del buon giornalismo vuol dire informare e raccontare, lasciando al lettore la parola finale

Esercitare la critica è pratica complessa, nobile quanto intricata. Soprattutto negli ultimi mesi, per una serie fortuita di eventi, mi è capitato sovente di rifletterci sopra approfonditamente. Provo a mettere su carta qualche appunto, ragionando ad alta voce.

Dopo almeno quindici anni di esperienza diretta, ritengo sia necessario tornare ad aprire un dibattito attorno a un settore, quello dell’editoria musicale specializzata, che ciclicamente tende a invecchiare, soprattutto ora che l’evoluzione tecnologica ha introdotto drastici cambiamenti nella comunicazione e nell’industria discografica.

La funzione del critico musicale

Suo e nostro malgrado, la funzione stessa del critico musicale è costretta a cambiare se vuol sopravvivere a se stessa. La musica, oggigiorno, la si può ascoltare (e vedere) con grande facilità e l’accesso al sonoro è prassi quotidiana, molto semplice, comoda e soprattutto a basso costo (0,99 euro) o addirittura gratuita nei Myspace. Quando non esisteva la rete, il critico musicale aveva la funzione di guidare e orientare l’ascolto, e quindi l’acquisto, perché il lettore aveva poche altre opportunità per saperne di più.

Comprensibile, quindi, che se un tempo al critico era permesso di alzare o abbattere i suoi idoli, oggi non lo è più. La generazione della rete, non solo i giovani ma anche gli adulti che se ne servono quotidianamente, tende a non fidarsi più di un solo e insindacabile arbitro del gusto, il critico, nel timore che la sua voce possa deformare anziché informare.

Giornalismo musicale

L’aggiornamento dell’impianto editoriale di JAZZIT, iniziato giusto un anno fa, parte non a caso dalla sezione delle recensioni. Abbiamo eliminato gli indici di valutazione, abbiamo chiesto di evitare lazzi espressivi, superlativi, cliché e luoghi comuni, optando per testi brevi e asciutti con l’obiettivo di raggiungere l’essenzialità, in un esercizio rigoroso di comprensione e analisi della materia musicale. Fare, in sostanza, del buon giornalismo musicale, capace di garantire la più corretta e utile informazione al lettore che deciderà, o meno, di procedere con l’ascolto.

L’approccio più severo è affidato ad altre sezioni della rivista. Per interpretare il presente e il passato del jazz la nostra rivista si serve della saggistica, di rubriche tecniche (come quelle tenute da Luca Bragalini e Roberto Spadoni), di dispense didattiche, di esaustivi profili storici, di interviste, di dossier e di ampie cover story (che da sole occupano fino a centomila caratteri), una fitta matassa di orizzonti stilistici senza alcun pregiudizio su epoche, stili, geografie e linguaggi.

Questa è la nostra idea di rivista: che sa dare informazioni perché ben informata. Sta sulla notizia discografica, grazie alle numerose interviste. Ricostruisce storie e profili dei protagonisti del jazz di tutti i tempi; offre strumenti di formazione e conoscenza culturale ai neofiti; approfondisce aspetti musicologici in sezioni apposite; racconta il presente, magari anticipandolo; tra la stroncatura, l’apologia e l’indifferenza preferisce informare e raccontare.

LUCIANO VANNI