Nel nuovo album, “A night at the village vanguard”,  l’imprevedibile Bill Carrothers si richiama ad alcuni grandissimi, come Evans e Clifford Brown

DI SERGIO PASQUANDREA

Bill Carrothers
© copyright 2006 by Konstantin Kern

Ricordate come diceva la canzone? ≪Voglio svegliarmi nella città che non dorme mai / E trovare che sono il numero uno, in cima alla lista. / Questa malinconia da piccola città sta svanendo, / Ricomincerò da zero / Nella vecchia New York≫. Beh, Bill Carrothers per un po’ ci era andato a vivere, a New York, ma l’ha odiata a tal punto che se n’è tornato nel natìo Michigan.

Bill, l’imprevedibile

E non in una zona qualsiasi, bensì nella Upper Peninsula, ossia quella lingua di terra che separa i Laghi Maggiore, Michigan e Huron, caratterizzata da inverni lunghissimi, nevicate abbondanti e una densità di popolazione tra le più basse degli Stati Uniti.

Ogni tanto, il pianista emerge dal suo romitaggio per incidere un disco o fare qualche concerto. E, in quelle occasioni, ci si rende conto che si tratta di una personalità del tutto sui generis. Se c’è un aggettivo per descrivere la musica di Carrothers, è “imprevedibile”.

Ad esempio: tutto il primo set di questo live (registrato al Village Vanguard di New York nel luglio 2009) è concepito come un omaggio a Clifford Brown e comprende alcune sue composizioni (Joy Spring, Gerkin For Perkin, Tiny Capers), insieme a temi a lui in qualche modo legati (Gertrude’s Bounce, Jordu).

I brani

L’iniziale Tiny Capers è un’esecuzione svelta e trascinante, nella quale il be bop è filtrato attraverso la lezione del trio jarrettiano (ma con un che di maggiormente involute nella scelta dei percorsi armonici). Poi però arriva un’insolita Joy Spring, dove il solare tema di Brown viene trasfigurato in una saturnine meditazione su un ossessivo e cupo ritmo di bolero.

Gerkin For Perkin parte anch’essa con un’esplicita vena be bop per avvitarsi ben presto in fraseggi sempre più astratti, conservando pero una robusta scansione ritmica e un legame con la struttura di base, dalla quale il trio entra ed esce a piacimento. Jordu svisa continuamente tra il blues e l’astrazione atonale. Le composizioni originali rivelano una penna altrettanto originale.

Insomma, la poetica di Carrothers si richiama esplicitamente ai grandi modelli del piano trio (Evans, Jarrett). Ma a contraddistinguerla è sempre un guizzo, uno scarto laterale: sophisticate riarmonizzazioni, sfasamenti ritmici, rimodellamenti formali. Tutto contribuisce a uno stile che, pur non uscendo mai sostanzialmente dal solco della tradizione, riesce a muoversi in maniera personale, evitando le strade più battute. Una nota particolare di merito ai due accompagnatori, che seguono telepaticamente il leader anche nei momenti più ardui e tortuosi

A NIGHT AT THE VILLAGE VANGUARD

BILL CARROTHERS TRIO

A NIGHT AT THE VILLAGE VANGUARD

  • PIROUET, 2011

Bill Carrothers (pf); Nicolas Thys (cb); Dré Pallemaerts (batt)

CD1: Tiny Capers / Joy Spring-Delilah / Gerkin For Perkin / Gertrude’s Bounce / Jordu / This Is Worth Fighting For / Home Row / News From Home / Let’s Get Lost / Those Were The Days

CD2: Junior’s Arrival / Time / Jordan Is A Hard Road To Travel / Peg / Blue Evening / Discombopulated / Snowbound / Days Of Wine And Roses / Our House