L’ultimo disco del pianista Massimo Carrieri contiene 11 tracce: il titolo, “Zahir”, allude a un pensiero fisso. Ecco la recensione di Luciano Vanni

Recensione di "Zahir", del pianista Massimo Carrieri

MASSIMO CARRIERI

ZAHIR

  • EFFE MUSIC, 2011 (FAMILY AFFAIR)

Massimo Carrieri (pf, tast, berimbau). Featuring Salah Addin Roberto Re David (voc); Imma Giannuzzi (voc)

“Zahir” ha tutto il sapore di un’autobiografia in musica. Il titolo del disco è un termine che nella cultura araba evoca un pensiero fisso, è la metafora di un incubo, di un tormento e, più genericamente, di un’inquietudine. “Zahir” è un concept album che nasce nel momento in cui Massimo Carrieri torna in Italia dopo anni di studio in America. Non è un caso se questo racconto inizia con un brano dal titolo Levante, parola legata alla terra d’origine del pianista, la Puglia, e si conclude con Under Manhattan Sky.

Le undici tracce, tutte originali, di “Zahir” sono piccole miniature in cui Carrieri mette in mostra il suo pensiero musicale: questo è caratterizzato da un approccio minimalista sul fronte compositivo, da una sensibilità tardo-romantica, da un’accurata ricerca timbrica (senz’altro interessante l’ampia tavolozza sonora ottenuta grazie all’uso del pianoforte preparato e del sound processing) e da un gusto verso le atmosfere espressive orientaleggianti, come dimostra Il silenzio intorno, che richiama un canto liturgico islamico.

L’interesse compositivo è apparentemente predominante sull’aspetto interpretativo: lo dimostrano Kundalini, d’ispirazione jarrettiana, e Labyrinth, una traccia profondamente improvvisata. (LV)

Levante / Kundalini / Il silenzio intorno / Terraross / Leaving / Lost In Her Dance / Zahir / Father / Carrousel d’hiver / Labyrinth / Under Manhattan Sky