Tino Tracanna è tra i numi tutelari del jazz italiano: in questa intervista, in occasione del nuovo album Acrobats, spiega l’alchimia con il nuovo quintetto

DI EUGENIO MIRTI

tino tracanna © roberto cifarelli
L’album “Acrobats” presenta una formazione straordinaria.

Avevo già elaborato qualche spunto compositivo e la scelta è maturata con l’evolversi dei brani. Non conoscevo bene Ottolini ma l’avevo ascoltato dal vivo. Così quando ho iniziato a lavorare a questo progetto ho pensato alle sue invenzioni fulminanti, al suo solido ma informale approccio alla tradizione e anche alla sua facilità ed elasticità di interplay e dialogo.

Con Paolino lavoro a periodi alterni da una vita ed è un fuoriclasse. Sapevo inoltre che si trovava bene con Antonio Fusco, che avevo conosciuto durante i corsi jazz al Conservatorio di Milano e che mi aveva impressionato. Avevo poi occasionalmente suonato con Cecchetto e mi erano piaciuti la trasversalità e l’ecclettismo del suo linguaggio, che mi sono stati particolarmente utili per legare tutti gli ingredienti compositivi che avevo in mente.

In particolare evidenza è il tuo approccio poliedrico alla scrittura. Come hai lavorato a composizioni e arrangiamenti?

Mi piace includere elementi diversi nella mia musica dal punto di vista sia linguistico sia strutturale. In questo lavoro mi interessava sviluppare anche sonorità estremamente attuali. Per quanto riguarda gli arrangiamenti, volevo che fossero relativamente agili per lasciare il più possibile mano libera a questi musicisti eccezionali.

Un’altra caratteristica è la scelta timbrica.

Ho cambiato la sonorità del mio quartetto col pianoforte col quale ho lavorato tanti anni e sono ripartito in cerca di suoni nuovi che l’originalissima chitarra di Cecchetto poteva aiutarmi a trovare. Ho anche verificato l’interessante sovrapposizione di trombone e soprano: ci sono unisoni, armonizzazioni ed elementi contrappuntistici secondo le necessità.

Mi sono trovato benissimo nei duetti che credo siano tra le cose più belle del disco. E Ottolini ha regalato quella inaspettata launeddas in Pagan Deity che è veramente lunare.

Come definiresti “Acrobats” in tre aggettivi?

Energetico, sottile, divertente (spero!) ma anche suggestivo.

Il disco sembra una sintesi di sonorità jazz storiche ma è proiettato anche verso un sound contemporaneo: una scelta consapevole?

Direi proprio di sì. Come dicevi, ho utilizzato linguaggi e strutturazioni musicali diverse non convenzionali. Spesso compare l’improvvisazione collettiva e sono stato anche in qualche misura influenzato da un’esperienza che sto vivendo in questo periodo nel mondo dell’elettronica. Inoltre nelle composizioni ci sono diverse citazioni di Igor Stravinsky: proprio perché amo tantissimo la musica contemporanea, mi sono divertito a inserire frammenti del suo genio in contesti fuorvianti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

È in uscita quel lavoro cui accennavo prima legato al mondo dell’elettronica (“Drops”, Bonnot Music 2013, NdR). Si tratta di un progetto nato a quattro mani con Bonnot, un dj molto ben inserito sia nel mondo hip hop sia nell’area più sperimentale dell’elettronica. Ci siamo fidati l’uno dell’altro e ne è venuta fuori una collaborazione molto insolita tra due mondi musicali diversi.

Fondamentale è stato l’apporto di Roberto Cecchetto che è in seguito diventato un elemento stabile dell’organico. Sono presenti poi molti nomi illustri come quello di Paolo Fresu. Altre esperienze si stanno sviluppando con alcuni interessanti studenti dei corsi jazz del Conservatorio di Milano, dove insegno