In questo articolo proponiamo una panoramica dei cosidetti “minori”, i musicisti dimenticati, partendo da due linee guida: il rapporto tra jazz e Africa e gli artisti del vibrafono e dello xilofono

Giorgio Merighi

I musicisti dimenticati: dal vibrafono al jazz per l'Africa

Riprendiamo due argomenti già affrontati per concluderli. Il primo riguarda il rapporto fra Jazz e Africa, non sempre trattato come meriterebbe. Abbiamo citato doverosamente alcuni storici che hanno approfondito acutamente l’argomento, ai quali rimandiamo. La risposta più evidente ce l’hanno offerta grandi musicisti senza mai cadere in una rimembranza folkloristica e pedestre della patria degli avi schiavi.

L’APPORTO DEI MUSICISTI

Già il pianista Eubie Blake (1883-1983), pioniere e pervicace conservatore dello spirito originale della sua musica, compose ed eseguì nel 1921 Sound Of Africa. Non certo da meno il genio di Duke Ellington che, fra altre, ci ha lasciato due opere memorabili Black And Tan Fantasy (1927) e “Black, Brown And Beige” (1943). Lo hanno seguito Dizzie Gillespie con Afro-Cuban Drum Suite (1947), Miles Davis con Airegin (che, si sa, è “Nigeria” scritta al contrario. Nel 1954 con Sonny Rollins e nel 1956 con John Coltrane).

Da non dimenticare poi è la profonda rivisitazione delle origini africane da parte di Max Roach con la notissima opera “We Insist! Max Roach’s Freedom Now Suite” (1960), seguita l’anno successivo da Africa di John Coltrane. Il moderno sax-alto Julius Hemphill ha interpretato con intelligenza e partecipazione lo spirito di un antico e culturalmente avanzato popolo, i Dogon del Mali, che danno il titolo a una sua registrazione del 1972.

VIBRAFONO E XILOFONO

Il secondo argomento riguarda due strumenti jazz – chiaramente derivati dall’africano balafon –, lo xilofono e il più moderno vibrafono. Dopo gli affermati vibrafonisti già ricordati, che vanno nell’arco di decenni da Red Norvo a Lionel Hampton fino a Bobby Hutcherson, segnaliamo altri ottimi strumentisti che sono finiti nel solito ingiustificabile oblio che priva gli amanti del miglior jazz di interessanti e piacevoli ascolti, se si escludono i collezionisti più accorti che non sono da ritenere degli “archeologi” come intendono coloro che desiderano musiche come le uova, fresche di giornata.

Tyree Glenn (1912-1974) fu, nel dopoguerra, una colonna dell’orchestra di Duke Ellington sia come trombonista che come vibrafonista. Con questo secondo strumento dimostrò di non subire l’influenza del pressoché coetaneo Lionel Hampton con esecuzioni del tutto personali.

I MUSICISTI DIMENTICATI

Joe Roland

Nell’elenco dei «cosiddetti “minori” e dimenticati» inseriamo Joe Roland in evidenza con i famosi Gramercy Five di Artie Shaw del 1940. Fu spesso con il pianista George Shearing che scelse diversi vibrafonisti per il particolare flavour delle sue esecuzioni. Tra questi Don Elliot (1926-1994) ed Emil Richards (1932), tecnici molto raffinati, veri perfezionisti che hanno anche operato nel periodo del californiano.

Terry Gibbs

Chi ha interesse specifico per lo strumento in oggetto annovera certamente fra i più apprezzati Terry Gibbs (1924), Teddy Charles (1928) e Larry Bunker (1928-2005). Il primo attivo per decenni, a iniziare dai Quaranta, si mostrò molto efficace nell’orchestra di Woody Herman in celebrate registrazioni quali Early Autumn, Lemon Drop o Tenderly nel 1949. Egli fu spesso presente nel notissimo Metronome All Stars che dalla fine degli anni Trenta per oltre un decennio raccolse i più validi artisti in concerti di grande successo.

Fu anche a fianco di eccellenti colleghi quali il tenorista Alan Eager, il baritonista Serge Chaloff e altri. Teddy Charles, musicista completo, ha anch’egli spaziato nell’area moderna. Lo troviamo nei complessi di Miles Davis, Charles Mingus, dell’avanguardistica tromba Booker Little che l’hanno voluto proprio per il suo inusuale approccio allo strumento.

Larry Bunker

Abile nel gestire la batteria con swing efficace, Larry Bunker fu anche vibrafonista ricercato dalle più note cantanti del suo tempo, da Billie Holiday fino a Shirley Horn nel 1980. Notissimi musicisti degli anni Cinquanta e Sessanta, di differente ispirazione musicale, Georgie Auld, Stan Getz, Chet Baker, Bill Evans, Sonny Criss, Buddy De Franco, Art Pepper etc., hanno richiesto la sua collaborazione, circostanza che ne giustifica il riconosciuto valore.

Non è occasionale che molti abili pianisti siano anche vibrafonisti, in ragione di una certa vicinanza fra i due strumenti. Tra i tanti ricordiamo Eddie Costa (1930-1962) che evidenziò la capacità di unificare armonia e forza percussiva. Tra i molti con i quali operò menzioniamo Miles Davis ed Eric Dolphy.

Cal Tjader

Al gruppo dei vibrafonisti di prima generazione includiamo Cal Tjader (1925-1982). Fu a lungo partner di Dave Brubeck, del citato George Shearing e di Paul Desmond. Optò poi per la musica latino-americana. Musicista versatile e sempre alla ricerca di raffinate armonie.

I MODERNI

Agli artisti menzionati fa seguito una schiera di seconda generazione che, memore dei predecessori, si adoperò all’ammodernamento dell’uso dello strumento. Schiera nella quale Lem Winchester (1928-1961) fu per molti un riferimento, in quanto manifestò «per la prima volta un’ideale di suono nuovo, delicato, iridescente » (Ernst Berendt); fece anche parte dei gruppi innovativi del compositore Oliver Nelson.

Tedesco di nascita, Karl Berger (1935) spazia in un caleidoscopio di stili, dal dixieland all’armolodia di Ornette Coleman sino al free. Può suonare con Lee Konitz, come con i più moderni Don Cherry, Antony Braxton o Richard Abrams. Fu scritto che ha un suono “scolpito” e cioè lontano da ogni virtuosismo ma con un’efficacia sorprendente.

Roy Ayers, Gary Burton

Roy Ayers (1940) e Gary Burton (1943) sono musicisti anch’essi di nuova generazione. Il primo ha dato il meglio di sé con un altro dimenticato, il sassofonista Curtis Amy, che la meritoria Mosaic (03167) ha riproposto con registrazioni del 1962. Il secondo ha mirato a evitare l’influenza di Milton Jackson, imperante ai suoi tempi. Ai due va affiancato il meno giovane Walt Dickerson (1931) che ha apportato allo strumento un originale clima che «ispirandosi alla tecnica adottata da John Coltrane organizza il suo discorso combinando ‘strati sonori’, creando così un universo musicale senza uguali nella pratica del vibrafono» (Xavier Prévost).

Gary Burton, Milano 1968 © Roberto Polillo

Steve Nelson

Bobby Naugton (1944), Jay Hoggard e Steve Nelson (ambedue del 1954) sono, con altri, precise espressioni della somma di molteplici tradizioni e stili sui quali hanno mirabilmente imposto un’impronta personale, innovativa e creativa. Essi si impegnano sulla sonorità e sulle possibilità polifoniche dello strumento. In particolare Hoggard – che grazie a una borsa di studio si recò in Tanzania per studiare i suonatori di balafon – è stato molto richiesto da gruppi contemporanei.

I pianisti Anthony Davis e Cecil Taylor, il flautista James Newton, i sassofonisti Chico Freeman e Henry Threadgill e molti altri negli anni Settanta e Ottanta ne hanno utilizzato le indiscusse capacità. Per Steve Nelson vale il giudizio dell’importante storico americano Leonard Feather: egli «spinge l’effetto swing come Milt Jackson ed estende l’armonia come Bobby Hutcherson». Dagli anni Ottanta in poi ha offerto ammirevoli prestazioni con Bobby Watson, Mulgrew Miller e Dave Holland, eminenze del jazz contemporaneo. Per tutti i vibrafonisti indicati non mancano adeguati riferimenti discografici. (segue)