Il secondo disco da leader di Francesco Villani è un ritratto della natura umana,  portata cronicamente all’insoddisfazione, al sentire di ricevere “un premio di consolazione”

DI LUCIANO VANNI

Francesco Villani: ecco il nostro "Premio Di Consolazione"

Innanzitutto parlaci del tuo trio. Quando nasce e perché hai deciso di condividere questa esperienza con Jesper Bodilsen e Pierluigi Villani?

La collaborazione con mio fratello Pierluigi nasce in sostanza con me. Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso ascolti, vita e concerti. Suono in più formazioni ma quando posso torno sempre al trio con lui. Pierluigi era in contatto con Jesper e mi lanciò l’idea ed è stato un incontro felice perché è una persona di grande spessore umano oltre che musicale.

Quali sono le motivazioni più profonde che ti hanno portato a registrare questo disco?

Il primo disco mi sembrava poco esaustivo rispetto alle mie potenzialità pianistiche. Non che lo rinneghi, per carità, amo “Anime” (Warner, 2009) come si può amare un figlio. Ma ho affrontato generi diversi e adoro cimentarmi con materiale musicale lontano dal jazz. Un disco in trio ci voleva proprio!

Che cosa aggiunge questo album alla tua discografia?

È un piccolo pezzo di un puzzle più ampio: uno solo, importante ma sempre e comunque uno. C’è tutto un lato derivato dai miei ascolti attuali che nel primo album non emerge. Ma forse è bello lasciarsi dietro qualcosa di non detto… ancora: forse le basi del prossimo disco, chissà.

Il titolo del disco, e del brano omonimo, “Il premio di consolazione”, è davvero curioso. Puoi spiegarcelo?

Trovo ogni giorno un significato filosofico diverso. Sul piano generazionale penso a quello che è toccato a noi trentenni: ignavi, arresi e consapevoli che raggiungere i nostri sogni è quasi impossibile, se non per mezzo di un “gratta e vinci”.

Il titolo allude anche all’amore, alle relazioni. In realtà per me è una fotografia della natura umana, portata cronicamente all’insoddisfazione, al nostro sentire di ricevere sempre un premio di consolazione. Allo stesso tempo è un modo per ricordarci di essere felici di ciò che abbiamo perché forse quello che noi riteniamo essere un premio di consolazione è la nostra vita e comunque sia andata o vada, è sempre bellissima, unica e irripetibile.

Di quale aspetto del disco, sei più orgoglioso e soddisfatto?

Sicuramente dell’etichetta (EmArcy/Universal, NdR) che ci ha prodotto. È stata una collaborazione molto bella, fatta di grande condivisione e testimoniata dai feedback che sto ricevendo, tolti quelli dei giornalisti e degli appassionati del genere: c’è una parte di pubblico lontana dal jazz che apprezza moltissimo il disco, lo trova fruibile nonostante non rientri nei suoi ascolti convenzionali.

 Tre parole per descrivere il disco.

Facendo riferimento a Kenny Wheeler, ti direi: double, double me. Per più ragioni (ma alcune le terrò per me): perché è il mio secondo disco, diversissimo dal primo pur contenendone due brani; perché sono del segno zodiacale dei pesci e in copertina c’è l’illustrazione di un pesciolino rosso in una boccia d’acqua (un segno doppio); perché c’è mio fratello che è parte di me e sicuramente poiché amo molto quel disco (“Double, Double You”, ECM 1984, NdR)