Nel settembre 2000 nasce il Wayne Shorter Quartet: una formazione acustica, con John Paticucci al contrabbasso, che ama creare e improvvisare nei live

Di LUCIANO VANNI

© ROBERT ASCROFT

Waine Shorter Band

Chiusa l’esperienza con i Weather Report nel 1985 Wayne Shorter torna a incidere album da leader dopo nove anni, dischi d’impronta fusion come “Atlantis” (Columbia, 1985), “Phantom Navigator” (Columbia, 1986), “Joy Ryder” (Columbia, 1988) e “High Life” (Verve, 1995) sulla scia della musica prodotta da Miles Davis negli ultimi anni della sua carriera.

Dal vivo il sassofonista gira per il mondo con la Wayne Shorter Band. È un quintetto elettrico che cambia più volte pelle e che alla fine degli anni Novanta si stabilizza con Jim Beard alle tastiere, David Gilmore alla chitarra elettrica, Alphonso Johnson al basso elettrico e Rodney Holmes alla batteria. Con questa formazione Shorter giunge in Europa nell’estate del 1996: la performance del 14 luglio è documentata dal dvd “Live At Montreux 1996” (Eagle, 2009).

Due giorni dopo, il 17 luglio, sua moglie Ana Maria perde la vita in un incidente aereo. Dopo la scomparsa della figlia Iska, nel 1983, Wayne Shorter è di nuovo travolto da un lutto tremendo.

 Wayne Shorter Quartet
© BARBARA RIGON WAYNE SHORTER QUARTET Da sinistra: Danilo Pérez, Wayne Shorter, John Patitucci e Brian Blade

Tornare a suonare

Wayne Shorter porta con sé il ricordo delle parole della moglie Ana Maria: «Iska ci ha insegnato che possiamo superare ogni cosa, non importa quali difficoltà incontreremo. Se uno di noi due dovesse morire, chi rimarrà non dovrà lasciarsi influenzare ma dovrà continuare a vivere energicamente fino alla fine». E così il sassofonista torna a suonare e a condurre una vita nel pieno delle sue energie. Nei cinque anni seguenti, collabora in studio di registrazione con il pianista Herbie Hancock e la cantante Joni Mitchell, vale a dire con i due musicisti ai quali è legato da un’amicizia di lunga data.

Nel 1998, terminato il tour internazionale di presentazione dell’album “1+1” (Verve, 1997) registrato con Herbie Hancock, Wayne Shorter dirà a Carolina Dos Santos, la più grande amica di Ana Maria: «Il modo migliore di onorare la vita di Ana è diventare l’uomo più felice del mondo». E così sarà.

Nel 1999 il Jazz at Lincoln Center commissiona a Shorter musica sinfonica e per gruppo jazz, una partitura che prende il nome di Dramatis Personae, e qualche mese dopo farà lo stesso la Detroit Symphony Orchestra: nasceranno le due composizioni intitolate Syzygy e Capricorn II. In appena tre anni, quindi, Shorter passa da un gruppo fusion a un ambito sinfonico.

Nel frattempo, il 2 febbraio 1999, il sassofonista sposa Carolina Dos Santos e due anni dopo, nel maggio del 2001, si trasferisce con lei nella piccola Aventura, in Florida, a pochi metri dalle spiagge di Miami.

La nascita del quartetto

La collaborazione con organici sinfonici prosegue anche nel 2000 con la portoghese Portal Orchestra e con la University of Southern California. La formula è sempre la stessa, orchestra e combo jazz. Nel settembre del 2000, in occasione di una performance al Monterey Jazz Festival, Wayne Shorter convoca John Patitucci al contrabbasso (un musicista con cui ha già collaborato alla fine degli anni Ottanta) e due giovani musicisti, Danilo Pérez al pianoforte e Brian Blade alla batteria. Pérez lo ha conosciuto a una edizione del concorso organizzato dal Thelonious Monk Institute of Jazz e Brian Blade gli è stato presentato dal bassista Christian McBride.

Il feeling è profondo e tutto funziona a meraviglia. Senza averlo progettato prima, nasce il nuovo quartetto stabile di Wayne Shorter: «Quando ci siamo incontrati, abbiamo fatto un’unica prova, una sola! Da quel momento non abbiamo più provato, e quando saliamo sul palco e ci chiedono che cosa suoneremo, rispondiamo: «Reggetevi forte!».

«Non compongo i miei brani per venderli. Sono soddisfatto se una o due persone, sentendo per caso il mio brano, possono arrivare a percepire qualcosa del senso della vita» Wayne Shorter

Il debutto

La band di Wayne Shorter debutta ufficialmente nell’estate del 2001. Tutto è cambiato nell’idea di musica da portare in scena. Shorter ha definitivamente abbandonato le sonorità elettriche, ha costruito dopo anni un suo gruppo stabile. Ha scelto la forma più ristretta del quartetto e non sembra più interessato alla composizione quanto all’interpretazione.

Il suo gruppo deve suonare in libertà, senza regole, ascoltandosi e in un processo creativo costante, poggiandosi su un interplay serrate e un dialogo inesausto tra i quattro musicisti. «Il jazz è fatto in questo momento. Essere in questo momento è uno dei processi che ci libera dalla paura dell’ignoto.

Nella filosofia in cui sono coinvolto, il momento, ora, è l’unico posto nel quale si può modificare il passato e determinare il futuro. In altre parole, non bisogna continuare a vivere nel passato, ma occorre essere il regista, l’attore e il produttore della propria vita. Questa è una sfida. La vita è l’avventura definitiva».

Un gruppo libero, senza leader

Non è un caso che i tre album del quartetto di Shorter siano registrati dal vivo: “Footprints Live!” (Verve, 2002), “Beyond The Sound Barrier” (Verve, 2005) e il più recente “Without A Net” (Blue Note, 2013); perché “Alegría” (Verve, 2003), che viene spesso inserito nella discografia del quartetto, ospita a fianco del gruppo anche gli interventi, tra i tanti, di Chris Potter, Jeremy Pelt, Brad Mehldau, Lew Soloff, Terri Lyne Carrington e Alex Acuña.

Con Danilo Pérez, John Patitucci e Brian Blade, Wayne Shorter concepisce il gruppo come un organico no-leader, così come Bill Evans aveva fatto con il suo trio. Non ci sono direzioni prefissate, calcoli o scalette. Ciascuno dei quattro musicisti può intervenire come e quando vuole, anche in maniera obliqua, per garantire un effetto sorprendente e inatteso.

Creazione artistica istantanea

Shorter mette in musica, con il suo quartetto, una poetica inseguita per tutta la vita, l’ascesi mistica della creazione artistica istantanea: «Prima c’era l’urgenza di una maggiore libertà espressiva. Ora, invece, con la musica intendiamo sfidare l’inaspettato. Quando mi esibisco, cerco sempre di agevolare un percorso di autocoscienza in chi ascolta. La gente istintivamente si aggrappa a ciò che conosce. Anzi che riconosce. I

n un momento di forte incertezza, come quello nel quale viviamo, l’unico aiuto che possiamo dare come musicisti è di affrancare l’ascoltatore. Renderlo più forte. Renderlo, insomma, protagonista e capace di sopportare un confronto con tutto quello che esce dai binari».

Ma la libertà che il gruppo si concede non può essere considerata free jazz, inteso in maniera classica. La forma e la composizione sono ancora presenti e protagoniste: ciò che distingue il quartetto è la sua audacia interpretativa, l’alto tasso di imprevedibilità esecutiva e performativa, e non l’improvvisazione radicale e totale, senza alcun tipo di riferimento.

Il quartetto non prova e non esegue, vive ogni brano senza un copione definito, mettendo sera dopo sera qualcosa di nuovo, un’energia vitale, catartica, che tende a travolgere il pubblico: «Non compongo i miei brani per venderli. Sono soddisfatto se una o due persone, sentendo per caso il mio brano, possono arrivare a percepire qualcosa del senso della vita».

«WAYNE È IL GENIO PIÙ BELLO CHE SI POSSA MAI INCONTRARE»

di John Patitucci

Ho ascoltato la musica di Wayne Shorter per la prima volta nel 1970. Avevo undici anni, lo ricordo ancora, si trattava del disco “Mosaic” (Blue Note, 1961) di Art Blakey and the Jazz Messengers.

Mio nonno materno, di origini napoletane (quelle paterne sono calabresi e più precisamente di Torano Castello), un giorno portò a casa un paio di raccolte di musica jazz. Non avevo mai ascoltato nulla di simile prima di allora ma il suono del tenore di Wayne Shorter mi toccò particolarmente. Sentii qualcosa in fondo al cuore. Il brano era Children Of The Night e anche se non conoscevo assolutamente niente di jazz, sentii qualcosa in me che non riuscivo minimamente a descrivere.

Chick, Wayne and Al

Saltando velocemente al 1986, dopo che ero già stato con Chick Corea per circa un anno, partecipai a un tour chiamato “Chick, Wayne and Al” nel quale si alternavano sul palco l’Elektric Band, il gruppo di Wayne Shorter (a sostegno dell’appena uscito disco “Atlantis”, Columbia, 1985) e Al Di Meola in solo.

In questo periodo ho avuto modo di incontrare Wayne, parlare e confrontarmi con lui e apprezzare il suo modo poetico di parlare e comunicare, il suo spiccato senso dell’umorismo, la sua cultura enciclopedica, in particolar modo cinematografica e dei grandi classici. Un giorno ero a casa sua e notai una meravigliosa scultura di Nefertiti, la famosa regina egiziana. Dissi a Wayne che apprezzavo molto la bellezza di quella scultura e lui mi rispose: «Grazie, l’ho fatta quando avevo quindici anni!». Wayne è anche dotato per la pittura e il disegno.

Quando ho suonato con Wayne Shorter

Dopo, finito il tour, mi chiamò a suonare con lui in alcuni concerti. La prima a fare il mio nome a Wayne fu Terri Lyne Carrington, anche se lui aveva già avuto modo di ascoltarmi con la Chick Corea Elektric Band durante il suddetto tour. Nel 1987 mi chiese di partecipare alla registrazione del disco “Phantom Navigator” (Columbia, 1986): fu un grande onore per me e non dimenticherò mai le prove a casa sua, quando le sue incredibili composizioni prendevano forma e vita.

Wayne ha influenzato molto il mio percorso artistico. Sin dal primo giorno della nostra collaborazione, Wayne mi ha sempre incoraggiato a fare meglio, sia come musicista, dandomi molto spazio a disposizione per l’improvvisazione, sia come compositore. In venticinque anni di frequentazione sono molto migliorato da quest’ultimo punto di vista.

Ero molto in soggezione ma nello stesso tempo affascinato dalle sue improvvisazioni e verso il loro modo di essere “narranti”, liriche e così emotivamente profonde. Spesso Wayne, dopo aver suonato un’improvvisazione incredibile, di quelle che ti cambiano la vita al solo, semplice ascolto, si rivolgeva a me, dicendomi in modo ironico: «Ne vuoi un po’?».

Mi sentivo come un bambino accanto a lui

Ancora oggi scrive alcune linee di basso tra le più belle e interessanti che abbia mai ascoltato e suonato. Il suo metodo compositivo e la sua cifra stilistica sono sempre stati un grande stimolo per me. Uno stimolo continuo ad abbandonare paure e preconcetti e a seguirlo nella sua orbita!

Wayne, infatti, è un grande fan di libri di fantascienza e dei classici del cinema fantasy e horror, così come conoscitore dei classici della letteratura europea. Tutta questa sua conoscenza ha formato il suo approccio cinematografico ed evocativo di immagini nel suonare la sua musica, tanto da trasportare il pubblico che lo ascolta in altri posti e dimensioni.

Shorter, il mio mentore

Wayne è stato incredibilmente generoso con me e con la mia famiglia, è il mio mentore e padrino musicale. È una persona premurosa, sincera e sensibile. Wayne è il genio più bello che si possa mai incontrare. È anche un modello e un importante riferimento per tutti quei musicisti che credono nella musica come strumento di cambiamento sociale. È, inoltre, molto generoso verso i giovani attraverso la sua associazione e la sua attività all’interno dell’istituto musicale Thelonious Monk.

Il Wayne Shorter Quartet è ed è sempre stato una vera e propria famiglia per me. Il livello di comunicazione, interazione e composizione spontanea è unico. Mi sento particolarmente privilegiato a essere coinvolto in questo progetto musicale e di vita e a collaborare con questi incredibili musicisti.

© ANTONIO ARMENTANO